25Mag

La prudenza risponde a un principio di precauzione che non coltiviamo: in Italia spendiamo per il gioco d’azzardo sei volte più di quanto si investa in polizze assicurative

Ripresa, non senza danni, la campagna vaccinale, ci si interroga in generale sulla valutazione dei rischi e sui limiti del principio di precauzione. Non solo nella lotta al virus. Paul Krugman, ha scritto per il New York Times un articolo nel quale si chiede che cosa debba imparare l’America dai ritardi europei. E punta il dito sulla eccessiva avversione ai rischi (sbagliati) che ha accompagnato la stipula dei contratti sui vaccini da parte della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. Ovvero la preoccupazione di non essere accusati di fare troppe concessioni alle case farmaceutiche, di non apparire deboli nei confronti del mondo privato, di non pagare più del dovuto per le forniture. In estrema sintesi, il premio Nobel dell’Economia accusa l’Unione Europea di temere troppo le conseguenze, soprattutto politiche e giuridiche, della propria azione.

E,quindi, di mettere in secondo piano la necessità di ottenere subito un risultato concreto, di contrastare i rischi veri, quelli della salute. Costi quel che costi. L’esatto opposto di quello che stanno facendo alcuni Paesi anglosassoni che hanno scommesso pragmaticamente di più, e al buio, sulla ricerca e sono molto avanti nelle vaccinazioni. Regno Unito e Usa stanno somministrando a un ritmo tre volte superiore a Francia e Germania, ricorda Krugman, che pur riconosce, grazie ai sistemi sanitari, un’aspettativa di vita degli europei superiore a quella americana.

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